La tassazione d’ufficio è uno strumento eccezionale previsto quando il contribuente non presenta la dichiarazione dei redditi. Il suo scopo è stimare, nel modo più fedele possibile, la reale capacità contributiva, non infliggere una sanzione. Essa serve dunque a colmare un vuoto informativo, non a punire.
Quando l’autorità fiscale utilizza la tassazione d’ufficio con intento punitivo, il suo operato diventa arbitrario e contrario ai principi costituzionali. In tali casi, la decisione non è solo impugnabile, ma addirittura nulla, poiché viola il diritto a un processo equo e il divieto di doppia punizione sanciti anche dalla Convenzione europea dei diritti dell’uomo.
Il Tribunale federale ha ribadito che una tassazione è nulla solo quando il vizio è particolarmente grave ed evidente, tale da minare la certezza del diritto. Ciò avviene, ad esempio, quando le autorità fiscali si discostano consapevolmente dai dati reali, ignorando informazioni disponibili e applicando stime volutamente esagerate per colpire il contribuente.
Una tassazione d’ufficio corretta deve invece basarsi su tutti gli elementi noti, anche se non direttamente presenti negli atti fiscali, e deve sempre tendere alla realtà economica effettiva. Se il contribuente dimostra, con documenti concreti, che la stima è manifestamente inesatta, ha diritto a una revisione.
In conclusione, la tassazione d’ufficio non può mai trasformarsi in uno strumento di punizione. Quando assume un carattere arbitrario e punitivo, perde la sua legittimità e diventa nulla, poiché contraria ai principi di proporzionalità, equità e legalità che fondano ogni sistema fiscale.
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PM Consulenze SA
